losers, ovvero perdenti, sconfitti, falliti. Un’etichetta d’impatto poco gradevole.
Eppure lasciamo che questa antipatica definizione ci rappresenti.
Perché e come?
Stabiliamo prima di tutto che nessuno di noi si ritiene, alla lettera, un fallito; nessuno di noi, soprattutto, ritiene in genere di potersi arrogare il diritto di stabilire se qualcuno abbia fallito, tantomeno sul piano dell’esperienza personale, di vita. In altri termini: si può fallire un obiettivo, lungo il percorso; non essere perdenti e basta.
Cionostante, una società sempre più competitiva e discriminante (quante volte ci hanno ripetuto, alla noia, che il mondo è cattivo?!) pone gli stessi veti di un gorilla all’ingresso di un locale di lusso: chi ha l’abito e chi no. Chi fa parte di un’élite e chi non ne è degno. Chi ha saputo adeguarsi alla malizia dei tempi si fa strada; chi non ce la fa è uno sconfitto. E, ovviamente, anche fuor di metafora, chi decide i parametri del successo è il proprietario del locale.
Ecco perchè la polemica che inneschiamo è a nostro avviso urgente, e va letta quale provocatorio sberleffo e resistenza nei confronti di una (dis)cultura imperante: quella in cui l’ignoranza è un pregio, perchè associata all’obbedienza.
L’icona del perdente è dunque ad oggi quanto mai attuale, necessario spauracchio, anzi, per una società che impone di apparire vincenti anche a costo di imbrogliare, di emergere anche a scapito del vicino, di sorridere se si viene presi a calci perché, si sa, troveremo poi una vittima su cui rivalerci. Chi si allontana dalla traccia diviene improduttivo, disutile, trascurabile. E l’unico vero benessere parrebbe quello assicurato da un conto in banca che per tanti, ahimè, inizia a farsi evanescente. L’assillo di una fantomatica crisi , poi, incattivisce e dirige l’asino, proverbialmente, là dove vuole il padrone.
Omologazione, elogio dell’incultura, della bugia, dell’amoralità spiccia e dell’arricchimento a ogni costo: sono solo alcuni tra i valori instillatici quotidianamente, con spaventosa coerenza, e chi non è “figlio di” o “amico di qualcuno” viene simpaticamente indirizzato verso uno dei tanti centri scommessa.
La qualifica di losers, che ci siamo appropriata con divertito orgoglio, non va dunque letta in chiave di titanismo o vittimismo gratuiti, tardo-adolescenziali. Abbiamo i piedi ben saldi a terra.
Il nostro dichiararci perdenti è una lucida e fiera dichiarazione di non appartenenza. Noi non apparteniamo ad una società che venera la truffa, che predica uguaglianza ma pratica discriminazione, che impoverisce e manipola. Una società che dietro le sventolanti bandiere della democrazia e della libertà nasconde (neanche troppo accuratamente, a dire il vero) il disprezzo per l’Uomo, brandendo un Grande Occhio di Orwelliana memoria.
Chi è, dunque, oggi, il fallito? L’operaio quarantenne in cassa integrazione? Il laureato in lettere senza prospettive? Oppure l’imprenditore squalo che si trastulla con le paghe dei dipendenti come in delirante, reale Grande Monopoli? In realtà, agli occhi dei potenti, fallito (sic) è chiunque non accetti supinamente le ideologie (e gerarchie) propalate.
Quindi?
Riprendiamo un discorso interrotto e sforziamoci di attribuire il giusto peso alle parole nel caos della Babele contemporanea. Ricordiamo espressioni collettive: proviamo a capire che solo uniti si cresce e migliora.
Interessiamoci di letteratura, musica, filosofia, arte: mai come ora pare arrivata al cortocircuito finale l’opera di “lobotomizzazione” culturale perseguita con diabolica coerenza lungo gli ultimi trent’anni e forse più; e la possibilità di costruire nuove fondamenta non può prescindere da una rieducazione profonda, da una quotidiana responsabilizzazione di tutti noi. Crediamo ci sia un’abisso tra un semplice resistere (ergo non fare un passo indietro), spesso venato di menefreghismo, e il procedere (ergo fare un passo in avanti)…
Tale dunque la sostanza del nostro progetto: acquisire coscienza che il solo resistere non è sufficiente, e che ripartire comporta consapevolezza e partecipazione. Consapevolezza, anzitutto, che ogni nostro gesto o scelta può incidere realmente sulla società, e ben più di quanto ci venga fatto credere.
L’utopia, naturalmente, è fornire e ricevere strumenti di riflessione anche su tematiche apparentemente lontane tra loro, ma che chiariscono la visione di società e di paese di cui si parlava all’inizio e che vorremmo contribuire a creare.
Così è nato il progetto “loser’s company” (compagnia del fallito): non solo da un bicchier di vino bevuto tra amici, ma da una idea di catarsi, dalla volontà di dare voce a chi non crede di averne o, più semplicemente, di amplificarne l’eco.
E’ una diversa idea di società, una differente visione del mondo e del futuro ciò che ci fa passare all’azione. Vogliamo dirci artefici del nostro destino e provare a immaginare un paese diverso dall’Italia respirata nei nostri primi trent’anni, senza per questo irrigidirci nella riproposizione di schemi o soluzioni trite e di maniera. Non vagheggiamo, in altri termini, la riesumazione modaiola di un ’68 ormai solo sterile marketing, ma l’organizzazione di un futuro che contempli seriamente soluzioni a problemi concreti: un futuro che ci appartenga davvero, non un “progetto” da contrattare.